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Dopo il voto Usa

Midterm, Fdi vede una lezione per Trump e i Maga: «È Meloni il modello per la destra del futuro»

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni.(Photo by Roberto Monaldo / LaPresse) LAPRESSE

Il rilancio del “nuovo conservatorismo” italiano. A Palazzo Chigi vince la prudenza: attesa per le mosse «imprevedibili» del tycoon

3' di lettura

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Il Governo italiano aveva sperato in una sconfitta a metà di Donald Trump, con i repubblicani confermati almeno maggioranza in Senato. Invece le elezioni di midterm negli Usa hanno fatto avverare la profezia di un’anatra completamente azzoppata, senza il controllo del Congresso e dunque «capace di tutto». Giorgia Meloni non ha intenzione di commentare: si è tenuta a distanza di sicurezza dal voto e continuerà a farlo. Ma gli umori, a Palazzo Chigi e nella destra in Parlamento, sono chiari.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Una lezione per Trump

Di buon mattino, è la deputata meloniana Ylenja Lucaselli, capogruppo Fdi in commissione Bilancio alla Camera, a far capire l’aria che tira: nel corso di “Breakfast in America”, la diretta di Adnkronos, dice che la lezione della sconfitta del Partito repubblicano è «innanzitutto per Trump, per la politica americana e per la gestione alle volte un po’ sopra le righe di alcuni temi che invece sono molto cari al popolo americano». «Credo - aggiunge - che i repubblicani d’America abbiano voglia di tornare al vero Partito repubblicano, che evidentemente Trump in realtà non ha mai rappresentato».

Un altro conservatorismo è possibile?

Pur considerando inopportuna la tentazione del «tifo da stadio per l’uno o l’altro candidato in una nazione diversa, con esigenze diverse, con una cultura completamente diversa», la deputata fa emergere la linea: «È assolutamente chiaro che il modo di interpretare il conservatorismo che è stato fatto soprattutto dall’Italia grazie al presidente Meloni sia quello che traccia il futuro dei partiti di centro destra». Questa è la scommessa finora giocata in sordina da Roma: sostenere il “modello Meloni” come il «nuovo conservatorismo» che nell’esperienza italiana la stampa estera aveva già rintracciato. Un mix tra i valori tradizionali cari a destra - la Patria, la famiglia, l’identità - e il pragmatismo.

Meloni alternativa alla cultura Maga

«Una Nazione è davvero tale quando sa riconoscere il valore di chi l’ha difesa, custodirne la memoria e trasmettere alle nuove generazioni l’orgoglio di appartenervi», scrive infatti la premier per celebrare il 4 novembre, la Giornata delle Forze Armate, e interpellata dice che degli Usa «parleremo un’altra volta». Di fatto, in attesa di verificare se nella primavera 2027 in Francia Marine Le Pen conquisterà davvero l’Eliseo, è oggi Meloni l’unica leader di destra ritenuta capace di incarnare un’alternativa vincente alla cultura Maga. Salda in sella al punto da portare il Governo a battere il record di longevità della storia repubblicana e di tenere il suo partito intorno al 28% dei consensi nei sondaggi per quattro anni di fila.

L’alleanza con gli Usa non si discute

Il voto di midterm, nel centrodestra, è letto così: la conferma che la strada italiana è quella giusta. E che Trump ha pagato il prezzo dei suoi eccessi, subiti anche dalla stessa Meloni a suon di insulti e offese. Ma l’asse con gli Usa non si discute: gli Stati Uniti «sono un alleato storico e prezioso», sottolineano da Palazzo Chigi, e l’unità dell’Occidente per la presidente del Consiglio resta il faro.

L’atlantismo neutro di Tajani, il “pacifismo” di Salvini

Lo dice anche Antonio Tajani, il numero uno di Forza Italia: «Noi rispettiamo sempre e comunque la volontà del popolo americano. Gli Stati Uniti sono la più importante e grande democrazia del mondo e ogni scelta che viene fatta deve essere rispettata, per cui il rapporto non cambia». Mentre il leader della Lega, Matteo Salvini, cerca di portare acqua al mulino delle proprie posizioni: «Quando un popolo vota il suo voto va sempre rispettato e compreso. Riteniamo che nel risultato abbiano pesato soprattutto le guerre, le tensioni internazionali e l’aumento del costo della vita. L’auspicio è che il voto possa rappresentare un’accelerazione verso la fine dei conflitti e il ritorno alla pace».

«Quali sarebbero le convenienze di un’escalation in Iran?»

Di certo Meloni non tifa democratici e rimane convinta, come ha detto a Bruno Vespa nel nuovo libro del giornalista, che «lealtà, rispetto reciproco e pragmatismo sono la ricetta di un rapporto transatlantico virtuoso». Nessuno ha voglia di inseguire congetture, men che mai quelle che disegnano il pericolo di nuovi attacchi in Iran e nel Golfo come mossa trumpiana, caldeggiata da Benjamin Nethanyahu, per distogliere l’attenzione all’interno. «Quali sarebbero le convenienze di un’escalation nell’area?», si chiedono a Palazzo Chigi. Dove però la “variabile Israele” è sorvegliata speciale.

Verso il G20 di Miami

Il Governo vuole analizzare le reazioni del tycoon, il suo posizionamento non solo in Medio Oriente ma anche in Ucraina - nei cui confronti la fermezza del sostegno italiano non cambia - con i nuovi tentativi di mediazione con la Russia di Putin che andranno in scena nei prossimi giorni (senza l’Italia). Da qui al G20 di Miami, a metà dicembre, la strategia migliore è considerata quella della “distanza di sicurezza”: né i vecchi furori del passato, quando Meloni si presentava come pontiera tra Europa e Usa e candidava Trump al Nobel per la pace, furori che la premier ha pagato a caro prezzo, né rotture plateali. Tanti calcoli, invece, su quanto il vento dem possa contagiare anche l’Europa.

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