NOI E L’IDEA DI UNA UE
DIVERSA
La brutale intimazione rivolta da Trump a Zelensky perché si faccia da parte — una mossa che in realtà ha anche altri due destinatari: l’Ucraina perché smetta di difendersi dall’invasione russa cedendo alle mire di Mosca, e l’Europa perché smetta d’aiutarla — quell’intimazione, dicevo, suona per il nostro continente come allo stadio la campana dell’ultimo giro. Dopo l’intesa di fatto tra Trump e Putin che cosa c’è per l’Europa attuale se non la fine?
Ogni elemento della scena mondiale ci dice insomma che il tempo sta per scadere. O in breve la costruzione europea riesce a imboccare la strada di una vera unione per diventare rapidamente un soggetto politico capace di esistere e di resistere nell’arena mondiale oppure per i suoi abitanti, cioè per noi, sarà finita. Ci avvieremo a diventare dei sudditi di fatto di uno o più dei poteri che oggi si contendono l’egemonia planetaria. Ciò che ancora sopravvive – e per fortuna è ancora molto – delle nostre ricchezze e del nostro benessere, delle nostre libertà, del nostro stile di vita, sarà via via eroso e prima o poi scomparirà. La maggioranza di noi, la maggioranza degli europei, ancora non vuole vedere come stanno le cose, complici le forze politiche che finora hanno guidato la costruzione europea, le quali si guardano bene dal lanciare l’allarme con la decisione e l’urgenza necessarie.
Si può capire il motivo: a nessuno piace riconoscere il proprio fallimento. Perché in realtà proprio di questo si tratta.
I l centrosinistra — vale a dire i partiti cristiani che insieme ai socialdemocratici da oltre mezzo secolo guidano la Comunità e poi l’Unione europea — sono, per la verità non da oggi, ad una resa dei conti. Il progetto europeista da essi concepito è virtualmente a pezzi. Con tutto il suo retroterra ideologico fatto di progressismo irenico, di inclusione universale, e di certezza nella crescita economica. Che un tale progetto potesse condurre a un sospirato esito politico è sempre più un miraggio.
Quel progetto è fallito principalmente perché, tutto intessuto com’era di un supponente pregiudizio contro la dimensione nazionale (si veda l’illusoria profezia del manifesto di Ventotene), ne dava per scontato un progressivo tramonto, un esaurimento della sua ragion d’essere: che invece non ci sono stati.
È allora naturale chiedersi se proprio ciò non interpelli l’altro grande campo delle culture politiche europee, quello della destra. Se proprio la storia non chiami quest’ultima a provare essa a concepire un disegno capace di mettere in moto quel processo di unificazione politica sempre più vitalmente necessario al nostro continente. Non chiami la destra a dare una risposta alla sfida di salvare l’Europa assicurandole un futuro degno del suo passato.
C’è di sicuro in tutto questo qualcosa di paradossale. Ma chi l’ha detto che proprio chi ha una cultura della nazione non possa più facilmente e più credibilmente superare la singola dimensione nazionale per fondarne una più grande? Non è forse altamente simbolico che ormai da anni proprio l’eroica resistenza militare dell’Ucraina, della nazione ucraina, abbia posto in modo ultimativo ai Paesi europei e alle loro opinioni pubbliche la necessità di stringersi in una più perfetta unione? Farà pure storcere il naso ai pacifisti di professione, ma spesso proprio le armi cambiano il corso delle vicende umane.
Chi l’ha detto dunque che proprio la destra, proprio chi ha provato sulla propria pelle i catastrofici risultati storici dei nazionalismi non possa riuscire a dar vita a una nazione europea in grado di coniugare l’unità del continente con la multiforme identità dei suoi popoli, a coniugare la democrazia con la potenza?
Dunque non la destra «völkisch», non la destra ipnotizzata dal mito illusorio della genuinità identitaria del «popolo», perennemente tentata dalle maniere forti, convinta dei modi dell’autorità assai più che da quelli della libertà. Bensì una destra liberal-conservatrice di governo. Che oggi in Europa è minoritaria ma che, viceversa, qui in Italia è al governo, anche se deve vedersela all’interno della coalizione di maggioranza con frange di aperte simpatie filorusse.
Mi chiedo insomma perché la nostra presidente del Consiglio, perché Giorgia Meloni, non possa lasciarsi tentare dall’opportunità di mettere a punto un progetto volto a dar vita a un’Unione europea diversa da quella attuale, un progetto che la renda capace di essere finalmente ciò che finora essa non è stata e di questo passo, mantenendo la regola dell’unanimità delle decisioni, non sarà mai. Non si tratta di fare le mosche cocchiere lanciandosi verso chissà quali obiettivi immediati ma innanzi tutto di proporre all’opinione pubblica del continente una possibile via d’uscita dall’estenuante paralisi attuale: il resto potrà eventualmente seguire. Con il centrosinistra europeo dovunque in crisi c’è di sicuro un ampio spazio per un’iniziativa italiana. Non si tratta di mettersi a fare le mosche cocchiere, questo no. Ma neppure di mostrarsi scioccamente timidi non lasciandosi tentare dalle grandi cose.

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