Unione fragile

di Federico Fubini

Su Bce, debiti sovrani e inflazione tira aria di tempesta perfetta

La Francia e il rischio di contagio finanziario

Al vertice Christine Lagarde, presidente della Bce. Il suo mandato scadrà il 31 ottobre del 2027

La tempesta perfetta non è sempre la più alta per intensità, ma la più ampia per la varietà di ingredienti: finanziari, politici, geopolitici e di lotta nelle istituzioni. Se questo è il criterio, allora in molti nei mercati finanziari (e qualcuno nella Banca centrale europea) si staranno chiedendo se in questo momento ci siamo. E nessuno come Christine Lagarde, la presidente della Bce che appare ormai quasi in uscita, avrebbe mai voluto trovarsi qui.

Non è tanto per l’inflazione di settembre in area euro, che ieri è uscita al 3,8%: più alto rispetto ad agosto e soprattutto anche rispetto alle attese degli analisti; né solo per il mercato del lavoro negli Stati Uniti che, salvo revisioni, il mese scorso sembra aver registrato una frenata con la creazione netta di appena 29 mila posti.

A preoccupare di più è il resto, malgrado il respiro di sollievo di ieri. Dopo una giornata sofferta, in serata l’approdo per i titoli di Stato europei è stato positivo: i rendimenti a dieci anni hanno chiuso in calo ovunque e il Btp ha ridotto lo spread sugli omologhi bond tedeschi a 114 punti. Aiutano il rilascio di altri cento milioni di barili di riserve strategiche e soprattutto l’improvvisa debolezza dell’occupazione negli Stati Uniti, che fa sperare in una politica monetaria più morbida da parte della Federal Reserve.

Ma certi passaggi delle ultime sedute restano nella memoria dei mercati e chiamano in causa l’assetto istituzionale europeo. Giovedì, per esempio, di colpo il rendimento del bond sovrano italiano a due anni (che si muove inversamente al valore del titolo) è esploso di quasi lo 0,20% in due ore e mezzo, mentre l’equivalente tedesco crollava. Lo spread fra i due titoli aveva iniziato la giornata a 32 punti base — cioè allo 0,32% — e l’ha chiuso raddoppiato a 63. Quando succede qualcosa di simile significa che l’instabilità ha dissanguato qualche fondo speculativo e quello ha liquidato a precipizio le posizioni per non fallire. Significa anche che l’Italia è toccata da un contagio finanziario che in Europa stavolta emana da Parigi: è plausibile che i future sui titoli italiani a due anni siano stati venduti allo scoperto come «surrogati» di quelli francesi che non esistono o quasi, perché per Parigi questi stress di mercato sono più rari. Ma significa, soprattutto, che ormai tutti gli sguardi si voltano verso la Bce. È stata la Bce del resto a placare le altre fasi di tormenta lungo la strada dell’euro: lo ha fatto nel 2012, come all’avvio del Covid e all’avvio della stretta monetaria del 2022.

Stati Uniti

L’improvvisa debolezza dell’occupazione Usa lascia sperare in una stretta Fed più morbida

Ora però non sarà semplice, anche perché l’epicentro europeo delle scosse è oggi in Francia: non solo un Paese con un deficit pubblico oltre il 5% del prodotto lordo, un deficit nei conti con l’estero e una campagna per l’Eliseo guidata da leader anti-europei, ma anche il Paese di una presidente della Bce probabilmente vicina alle dimissioni. L’impressione che lo sia è così forte che ieri Giancarlo Giorgetti ha incalzato Lagarde: «Credo che data la situazione — ha detto il ministro dell’Economia — sia opportuno fare chiarezza al più presto».

Di certo la francese non vuole dare l’impressione di aiutare indebitamente il proprio Paese, a pochi mesi dal voto, se Parigi non si aiuta da sola con una stretta di bilancio. In modo del tutto ragionevole, Lagarde stessa ha già fatto capire che le tensioni di mercato faranno slittare il prossimo aumento dei tassi Bce da ottobre a dicembre. La Bce ha anche altre frecce nel proprio arco: può riprendere ad acquistare i titoli di Stato che scadono nel suo bilancio (30 miliardi al mese), immettere liquidità nel sistema come ai tempi di Mario Draghi nel 2011 o può far scattare lo «scudo anti-spread», purché la Francia riesca davvero a prendere misure contro il deficit.

C’è però un fattore che complica: Parigi, Berlino, l’Aia, Madrid e le altre capitali hanno già fatto partire i soliti giochi di potere per la successione nei primi mesi del 2027 a Lagarde, al capoeconomista della Bce in scadenza e alla rappresentante tedesca nel board Bce che si è dimessa anzitempo. L’istituzione portante dell’euro magari non è un’anatra zoppa. Ma con il mondo là fuori in subbuglio, poteva farsi trovare in una forma decisamente migliore.

Gasolio, l’Europa libera le sue riserve

Il sì alle richieste Usa evita il blocco dell’export. Trump: «Meloni? Rapporto molto buono, mi è sempre piaciuta»

Il G7, sotto la guida del presidente di turno, il francese Emmanuel Macron, ha deciso ieri di immettere sul mercato 100 milioni di barili di petrolio e di prodotti raffinati. Nel comunicato finale si precisa che l’operazione verrà portata a termine in quattro mesi, mentre «entro venti giorni sarà rilasciata una quantità sostanziale di diesel». Il commento di Donald Trump è più netto: «L’Europa ha appena accettato di liberare un massiccio ammontare delle riserve di diesel. Si comincerà immediatamente». Il presidente Usa ha anche detto che con Meloni «il rapporto è molto buono, mi è sempre piaciuta».

In ogni caso, Francia, Regno Unito, Germania e Italia, i quattro Paesi europei che fanno parte del gruppo dei sette più industrializzati, hanno assecondato la richiesta degli Stati Uniti. Non è ancora chiaro quanto diesel aggiuntivo verrà effettivamente messo in circolazione. Vedremo nelle prossime tre settimane. Insieme, Francia e Germania, detengono il 35% delle riserve totali che sono pari a circa 40 milioni di tonnellate, più meno 300 milioni di barili.

Negli Usa il prezzo dei carburanti, in particolare quello del gasolio, viaggia a livelli record per gli standard americani: 6,37 dollari al gallone, cioè 3,7 litri. In Europa raggiunge, in media, i 2,12 euro (in Italia 2,24). Nelle scorse settimane, la crisi energetica ha innescato un altro scontro politico tra le due sponde dell’Atlantico.

Al fondo c’è una diversa lettura della guerra in Iran. La marina militare Usa è adesso in grado di scortare molte petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, evitando gli attacchi dei Pasdaran. Secondo le stime più quotate, il flusso di petrolio in uscita comprende dieci milioni di barili al giorno da Hormuz più altri sei che l’Arabia Saudita ora fa transitare per il Mar Rosso, aggirando il blocco iraniano. Non lontano dal livello pre bellico: 19-20 milioni di barili. Ma i governi europei non si fidano fino in fondo. La situazione nello Stretto resta precaria: meglio tenersi strette le riserve strategiche. Il problema è che l’Europa, venute meno le consegne prima dalla Russia e poi dal Golfo, compra ormai il 50% del suo fabbisogno di diesel dagli Stati Uniti (dato di agosto). Trump, però, ha minacciato di bloccarne l’export, per frenare i prezzi sul mercato interno, visto che tra un mese ci sono le elezioni di midterm. Macron ha provato a sminuire i contrasti con Washington: le minacce non c’entrano, «la dinamica è stata costruttiva».

Giuseppe Sarcina

Comments

Popular posts from this blog