L'Iran ha sbagliato i calcoli: il tempo non è più a suo favore

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Per mesi Teheran ha pensato di avere dalla propria parte un alleato formidabile: il tempo. La strategia iraniana si basava su un calcolo. Se l’Iran fosse riuscito a paralizzare Hormuz, attraverso il quale prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio mondiale, il prezzo dell’energia sarebbe esploso. L’inflazione avrebbe colpito le economie occidentali, la benzina sarebbe diventata sempre più cara negli Stati Uniti, Donald Trump avrebbe subito un danno politico crescente. Washington sarebbe stata costretta a un compromesso. 

Sei mesi dopo, quella scommessa non ha funzionato. Anzi, gli ultimi dati indicano che il tempo potrebbe essere diventato il nemico dell’Iran. Il regime di Teheran non ha perso la capacità di fare danni. Può ancora colpire petroliere, basi americane e infrastrutture nel Golfo. Può scegliere un’escalation più violenta. La sua milizia alleata nello Yemen, gli Houthi, ha ripreso a prendere di mira l’Arabia saudita. Ma la guerra dei blocchi navali sta producendo un risultato diverso da quello immaginato a Teheran. Il blocco americano è più efficace di quello iraniano. 

Da metà luglio nessun carico di greggio iraniano ha superato il blocco navale americano, secondo i dati della società specializzata Kpler. L’Iran continua a caricare piccole quantità di petrolio sulle petroliere, ma quelle navi rimangono intrappolate nel Golfo. In agosto i nuovi carichi sono scesi a 255.000 barili al giorno, l’85% in meno rispetto alla media del periodo febbraio-aprile. Nello stesso tempo Washington è riuscita ad aiutare i paesi arabi a far passare una quota significativa del loro greggio attraverso Hormuz, nonostante gli attacchi iraniani. Secondo TankerTrackers.com, fonte citata dal Wall Street Journal, nelle ultime settimane cinque milioni di barili al giorno hanno attraversato lo Stretto, quasi nessuno dei quali iraniano. Altri 2,5 milioni vengono esportati attraverso terminali affacciati direttamente sul Golfo dell’Oman, come Fujairah negli Emirati. Così è stato recuperato oltre il 40% dei flussi petroliferi regionali precedenti alla guerra. Arabia Saudita ed Emirati hanno inoltre aumentato l’uso degli oleodotti che aggirano Hormuz. 

La conseguenza si vede sul prezzo del petrolio. Il Brent viaggia attorno ai 97 dollari al barile: caro, ma lontano dai livelli catastrofici che avrebbero potuto provocare una recessione mondiale e costringere Trump a capitolare. Ha contribuito anche la Cina, che ha attinto alle proprie riserve e ridotto le importazioni. Questo non significa che il Golfo sia tornato alla normalità. Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrain continuano a soffrire perché non hanno sbocchi marittimi alternativi. Non c’è solo il petrolio: restano penalizzate anche esportazioni di gas naturale liquefatto, fertilizzanti e altre merci. Ma la differenza fondamentale è che il danno economico è diventato asimmetrico. Gli alleati arabi degli Stati Uniti riescono almeno in parte a esportare. L’Iran quasi no. 

Fino ad oggi Teheran aveva potuto mascherare in parte gli effetti del blocco grazie a un serbatoio galleggiante. Durante la breve tregua seguita all’intesa provvisoria di giugno, l’Iran era riuscito a trasferire grandi quantità di greggio al di là della linea del blocco. Quel petrolio, già caricato sulle navi e soprattutto destinato alla Cina, ha continuato a essere venduto e a produrre valuta pregiata. Ma il serbatoio si sta svuotando. A metà luglio c’erano circa 90 milioni di barili iraniani sulle navi al di fuori del blocco. Ora ne restano circa 29 milioni. Al ritmo attuale di consegne, circa un milione di barili al giorno, Kpler calcola che questa riserva potrebbe esaurirsi verso la metà di ottobre. Gli incassi dei carichi già consegnati potrebbero prosciugarsi verso metà dicembre. 

È forse il dato più importante per capire perché l’orologio corre contro Teheran. Finora il blocco americano ha colpito le esportazioni fisiche senza interrompere di colpo il flusso dei petrodollari. Tra poche settimane le due cose potrebbero coincidere. E anche incassare il denaro dovuto diventa più difficile, perché la nuova offensiva economica americana prende di mira i circuiti finanziari utilizzati dall’Iran. Intanto alcuni raffinatori cinesi stanno sostituendo il petrolio iraniano con quello saudita, iracheno ed emiratino. È un capovolgimento notevole: in alcuni casi il greggio iraniano, diventato scarso e rischioso, costa ormai più delle forniture concorrenti. Il petrolio finanzia un terzo del bilancio dello Stato iraniano e alimenta l’apparato militare, compresi i Guardiani della Rivoluzione, attraverso società dedicate e reti di “flotte ombra”. 

Tutto questo accelera una crisi economica già grave. L’inflazione ufficiale supera l’80% su base annua. Il Fondo monetario internazionale prevede per quest’anno una contrazione del Pil del 5,4%, la peggiore dagli anni Ottanta. Meno esportazioni significano meno dollari per difendere il rial e acquistare dall’estero materie prime e componenti industriali. Anche una delle tradizionali porte di servizio dell’economia iraniana si sta restringendo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno sospeso gran parte delle transazioni finanziarie ed economiche con l’Iran. Rimangono canali attraverso Turchia, Iraq, Oman e Pakistan, ma ogni deviazione aggiunge costi e tempi. 

Il presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso che il commercio iraniano è diminuito fra il 25 e il 35%. I dirigenti civili, compreso il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, spingono per una ripresa dei negoziati con Washington. Ma non è certo che siano loro a decidere. Il potere reale sembra essersi spostato ancora di più verso i Guardiani della Rivoluzione. Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei rimane nascosto dopo essere stato ferito nell’attacco americano di febbraio che uccise suo padre Ali Khamenei. Figure come Mohsen Rezaei e Ahmad Vahidi considerano ormai questo conflitto una guerra per la sopravvivenza della Repubblica islamica. La sofferenza economica della popolazione, in questa logica, non basta a imporre un compromesso. 

C’è perfino un’interpretazione più inquietante. L’impoverimento della classe media potrebbe essere considerato da alcuni settori del regime non soltanto come un costo inevitabile, ma come uno strumento. Una società impoverita, militarizzata e dipendente dallo Stato può diventare più facile da controllare. Esfandyar Batmanghelidj, della Bourse & Bazaar Foundation, osserva che il regime conserva una formidabile capacità repressiva e può ritenere che il deterioramento economico riduca perfino la capacità della popolazione di organizzare grandi proteste. La pressione economica non equivale alla resa politica. Teheran sta aumentando armi, uomini e intelligence forniti agli Houthi nello Yemen, creando una minaccia anche sul Mar Rosso e quindi su un secondo grande collo di bottiglia del commercio mondiale. 

Se il tempo non lavora più a favore dell’Iran, Teheran si trova davanti a due possibilità: cedere oppure alzare il livello dello scontro. Vali Nasr, della Johns Hopkins University, ritiene plausibile la seconda scelta. La logica sarebbe quella di aumentare la pressione militare prima di tornare al tavolo negoziale, nella speranza di dover fare meno concessioni. Finora entrambi i contendenti hanno mantenuto alcuni limiti. L’Iran ha colpito petroliere e installazioni americane in Bahrain, Kuwait e Giordania, ma ha evitato attacchi massicci contro Israele, Arabia Saudita ed Emirati. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno bombardato le principali città iraniane né hanno ripreso la campagna contro i vertici politici e militari. Questa pausa ha consentito a Teheran di ricostruire parte dell’industria missilistica danneggiata durante i quaranta giorni di guerra aperta tra febbraio e aprile. 

C’è un altro orologio: quello elettorale americano. A Teheran sanno che la guerra è impopolare negli Stati Uniti e che il rincaro della benzina può pesare sulle elezioni di novembre. La Repubblica islamica ha una lunga tradizione nell’uso del calendario politico americano: già nel 1980 la crisi degli ostaggi contribuì a indebolire Jimmy Carter alla vigilia della vittoria di Ronald Reagan. Perché dunque fare un regalo a Trump proprio adesso, riaprendo Hormuz e facendo scendere il prezzo della benzina? È questo il paradosso. Più la situazione economica iraniana peggiora, più cresce l’incentivo a negoziare. D’altra parte cresce anche l’incentivo a intensificare la guerra prima di negoziare. La nuova offensiva economica americana può funzionare nel senso più stretto — togliere risorse all’avversario — senza per forza raggiungere l’obiettivo politico più ambizioso, cioè costringerlo alla resa. 

Esperti citati dal Wall Street Journal invitano alla prudenza. Ellie Geranmayeh dello European Council on Foreign Relations ritiene che la campagna americana avrà un impatto pesante sulle famiglie iraniane, ma dubita che questo induca il regime a capitolare. Norman Roule, per anni esperto dell’intelligence americana sull’Iran, ricorda quanti regimi considerati solidi siano crollati all’improvviso, ma anche quanto siano state fallaci le previsioni sulla fine imminente della Repubblica islamica. 

Una cosa però è diventata più chiara. All’inizio della guerra l’Iran poteva sperare che l’Occidente avesse meno capacità di resistenza. Oggi deve fare i conti con una realtà opposta. Il blocco americano stringe più di quello iraniano. Una parte consistente del petrolio arabo riesce di nuovo a uscire dal Golfo. Il prezzo del greggio non ha raggiunto livelli capaci di mettere in ginocchio l’economia mondiale. Il calendario ha cambiato segno. Ottobre, novembre, dicembre: iraniani e americani guardano alle stesse settimane per ragioni opposte. Trump teme le urne. Teheran teme di rimanere senza petrodollari. L’orologio che doveva mettere l’America con le spalle al muro ha cominciato a ticchettare per la Repubblica islamica.

8 settembre 2026

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