L'editoriale
di Mario Monti

IL GRANDE

EQUIVOCO

SULLA UE

Il trionfo del partito nazionalista AfD nella Sassonia-Anhalt e il panico di tutti i partiti italiani di fronte all’avanzata nei sondaggi di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci stanno scuotendo l’Europa.

Quanti tengono alla libertà, allo Stato di diritto, al progresso economico e sociale, a un’Europa più unita ed efficace — e non vogliono il ritorno alle dittature, alle persecuzioni razziali, alla guerra tra europei — dovranno mobilitarsi contro l’ormai evidente alleanza che mira a spaccare l’Unione europea. Guidata in modo sinergico, e ormai trasparente, dagli Stati Uniti di Trump e dalla Russia di Putin, si avvale di una rete di quinte colonne costituite da forze politiche, a volte già al governo, altre volte in avvicinamento, di stampo sovranista e nazionalista.

Battersi contro questa alleanza con attacchi verbali ai sovranisti e ai nazionalisti, non basta più. Il campo europeista, per così dire, deve fare un’urgente e profonda autocritica. Il grave malessere dell’Europa, che la rende così vulnerabile, è certo imputabile all’opera di chi ha sempre inteso attaccarla e, se possibile, abbatterla. Ma che altro aspettarsi da loro?

L’Unione europea, che pure ha ottenuto nei decenni risultati concreti impensabili, è oggi a rischio di frantumazione dall’interno. Il tarlo che la erode è proprio quell’elemento dal quale i suoi sostenitori si aspettavano più legittimità e più slancio, la politica: un’Europa più politica.

P urtroppo, proprio quando si è iniettata più politica nella vita della Ue, per farla assomigliare di più alle arene politiche nazionali, queste ultime andavano precipitando rapidamente sulla china della mancanza di responsabilità, di serietà, di visione di lungo periodo. Le politiche nazionali, arrivate a Bruxelles e soprattutto al tavolo del Consiglio europeo, hanno portato a un affievolimento del senso dell’interesse comune.

Gli europeisti negli anni se la sono presa, giustamente, con movimenti come quelli di Le Pen, di Wilders, della Lega, di Meloni (almeno in una prima fase), dell’AfD, eccetera. Ma possiamo veramente dire che gli altri gruppi politici di solito considerati europeisti — quali i Popolari, i Socialisti e altri — e i governi nazionali da loro guidati, si siano davvero comportati anteponendo l’interesse della costruzione europea agli interessi nazionali? Interessi nazionali spesso invocati come decorosa foglia di fico, per non palesare gli interessi di partito, di corrente, di clientela politica?

Prendiamo pure la personalità che per quindici anni ha forse incarnato l’idea di un politico con un senso di responsabilità anche europeo, la cancelliera Merkel. Quando al tempo della crisi finanziaria il presidente del Consiglio europeo van Rompuy propose che in quella sede i capi di governo facessero una riflessione approfondita sulle ragioni che vedevano emergere in quegli anni i primi movimenti populisti e anti Ue, e se tra queste non vi fossero anche certe politiche economiche europee, Merkel si oppose. Non se ne fece niente. E in questi giorni, giustamente, l’ex cancelliera ha detto che il risultato di AfD le ha «strappato il cuore» .

Gli europeisti attacchino i nazionalismi, nemici dell’Europa; e un giorno, inevitabilmente, nemici tra loro («Il nazionalismo è la guerra», disse Mitterrand). Ma smettano di ignorare la trave nei loro occhi. Abbiano la decenza di essere meno ipocriti. Smettano di usare l’Europa come capro espiatorio delle loro politiche nazionali sempre più pavide, nella speranza di non perdere voti. Smettano di piangere lacrime di coccodrillo, quando fingono di dolersi che ricette intelligenti per l’Europa, come quelle di Draghi e Letta, siano così lente nell’attuazione. Certo, sono loro stessi, i governi e le loro burocrazie (nazionali, dato che sì... esistono anche le burocrazie nazionali) che si oppongono all’abolizione di 27 ostacoli con una norma a favore del mercato unico.

Le responsabilità dei partiti «europeisti» nel mettere a rischio l’Unione europea non sono una novità. Erano state poste in luce da tempo ( La democrazia in Europa , Sylvie Goulard e il sottoscritto, Rizzoli 2012). Ma il fenomeno è dilagato negli ultimi quindici anni. Trump e i sovranisti di oggi non riuscirebbero così bene a sgretolare l’Ue, se i governi nazionali e, qualche volta, le stesse istituzioni europee fossero stati all’altezza dei loro lontani predecessori, che avevano visto la guerra, il nazismo, il fascismo.

Ancora una considerazione, sull’Italia. È diffusa oggi, in buona parte della classe politica e dell’opinione pubblica, la preoccupazione per un possibile ripresentarsi di quelle piaghe. Ma se la preoccupazione fosse sentita davvero, e affrontata con responsabilità, avremmo infiniti riti sulla larghezza del «campo largo», sulla priorità tra programma e primarie, o sul mutuo riconoscimento tra minuscoli partiti tutti intenti a presentarsi come il vero centro? E, nella maggioranza, si sarebbe riusciti a governare per una durata record senza che i partiti che la compongono abbiano mai chiarito tra loro, e ai cittadini, se e per quale Europa vogliono battersi?

Infine tutti demonizzano Vannacci. Nessuno, però, sembra aver letto il suo programma. Se l’avessero fatto avrebbero visto che quel programma — a parte tante altre gravi conseguenze — porterebbe, senza dirlo, l’Italia fuori dall’Unione europea, dall’euro, dal mercato unico. Perché non usano questi argomenti per spiegare più concretamente all’opinione pubblica e alle imprese dove condurrebbe il «Futuro nazionale»?

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