Leonard Cohen, la profezia tabù di un poeta scomodo

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Una strofa di vent'anni fa usata oggi per raccontare il tramonto degli Stati Uniti. Ma il bersaglio non è soltanto l’America, ma chiunque creda di controllare la storia (e oggi l'artista non sarebbe accolto allo stesso modo)

Una strofa di quattro versi circola negli ambienti che contano di Washington, Londra e Ottawa, come una specie di sortilegio: «Oh, e un’altra cosa: / non vi piacerà / quello che verrà dopo / l’America». L’aveva riscoperta e rilanciata per primo Timothy Garton Ash in una newsletter sul disordine mondiale in arrivo. L’ha ripresa un economista belga, Johan Van Overtveldt, per interrogarsi su cosa resterà dell’ordine liberale occidentale. E l’ha usata di recente Chrystia Freeland, intellettuale progressista nonché ex vicepremier canadese, sul New York Times, per chiudere un atto d’accusa contro Donald Trump.

I versi sono di Leonard Cohen, e sono la chiusa di una poesia che il cantautore canadese scrisse ai tempi dell’invasione dell’Iraq, quando milioni di persone manifestavano in tutto il mondo per fermare una guerra che nessuna piazza, in effetti, fermò. È rimasta per anni sepolta nei suoi taccuini, per riemergere solo nel 2018, due anni dopo la sua morte, nella raccolta postuma «The Flame». 
(Ve la riproduco per intero in fondo a questo articolo e nell’originale inglese, nelle traduzioni dei poeti si perde sempre qualcosa).

Chi la cita oggi la usa come una profezia sul tramonto americano: Cohen l’oracolo, Cohen il veggente che vent’anni fa aveva già visto Trump. È una lettura pigra, e soprattutto è una lettura bugiarda: rovescia il senso della poesia. Il bersaglio di Cohen, in quei versi, non è soltanto l’America. È chiunque creda di controllare la storia: i marciatori pacifisti convinti che la loro indignazione basti a fermare una guerra, tanto quanto i falchi di Washington convinti di poter riscrivere il Medio Oriente a tavolino. 

«Non capite le conseguenze di quello che fate», scrive Cohen rivolto a entrambi. E poi, la chiusa: anche se otterrete quello che volete — la fine dell’egemonia americana — non vi piacerà quello che segue. È un avvertimento simmetrico, non un tifo per il declino americano. Vale la pena chiedersi chi fosse davvero l’autore di quei versi, perché la sua biografia rende quella simmetria tutt’altro che scontata.

Nell’autunno del 1973 Leonard Cohen era un uomo finito, o almeno si sentiva tale. Aveva scalato l’intera montagna della controcultura degli anni Sessanta — gli ordini religiosi, le droghe psichedeliche allora in voga (LSD), il romanzo scandaloso, i dischi folk osannati dai figli dei fiori, un’adorazione del pubblico quasi alla pari con Bob Dylan — e in cima non aveva trovato niente. Viveva sull’isola greca di Hydra, odiava la scena hippy che lui stesso aveva contribuito a creare. 

Poi, il 6 ottobre, Egitto e Siria attaccarono Israele nel giorno dello Yom Kippur. Cohen, come racconta il giornalista Matti Friedman nel suo libro «Who by Fire» (2022), disse a un amico che voleva «andare a combattere e morire», e prese un aereo per Tel Aviv. Non finì al fronte come soldato: finì a cantare per le truppe israeliane, in aeroporti militari, ospedali da campo, accampamenti sotto tiro nemico. Non i palchi imbottiti di ovazioni della sua tournée europea, ma le stesse canzoni suonate per ragazzi che il giorno dopo potevano morire. Ne uscì, dice Friedman, rigenerato: tornò a Hydra con una vitalità che non aveva più da anni.

È un episodio che oggi susciterebbe imbarazzo nei salotti progressisti che considerano Cohen uno dei loro. Il cantautore-poeta, l’icona della sinistra bohémien, che nel momento del proprio smarrimento esistenziale non trova salvezza in una marcia pacifista ma in un esercito in guerra. 

Non era un gesto isolato. Il critico canadese Simon Lewsen ha ricostruito una vena «reazionaria» — la parola è sua, non mia — che attraversa tutta l’opera di Cohen e che i suoi ammiratori tendono a rimuovere: il rigore quasi militare con cui praticava lo zen negli ultimi decenni, la sfiducia verso l’idea che abbattere ogni tradizione produca libertà invece che smarrimento. 

In «The Future», canzone del 1992 ispirata agli scontri razziali di Los Angeles, Cohen mette in scena una voce che rimpiange perfino il Muro di Berlino, pur di avere di nuovo un ordine, un senso, un limite. E in «Democracy» si autodefinisce, senza ambiguità: «Sono sentimentale, se capite cosa intendo. Amo il Paese ma non sopporto la scena. E non sono né di destra né di sinistra: stasera resto a casa». 

Non è indifferenza. È il rifiuto, dichiarato, di stare dentro gli schieramenti — un rifiuto che, detto da una delle voci più amate della sinistra colta occidentale, era un atto di insubordinazione.
Non fu solo la critica a storcere il naso. Fu il suo pubblico. Cohen era diventato, suo malgrado, la voce di una generazione che aveva fatto della contestazione al potere — a ogni potere, ma soprattutto a quello militare — la propria religione civile. 

Tornare da Israele cantando le lodi della resilienza di un esercito in guerra non era un gesto che ci si aspettasse dall’autore di «Suzanne» e di «Bird on the Wire». Eppure Cohen non si preoccupò di correggere il tiro per compiacere quel pubblico. Continuò, negli anni successivi, a rifiutare sia l’etichetta di reduce anti-hippy riconvertito al patriottismo sia quella di guerrafondaio, mantenendo una posizione più antica e più scomoda: la convinzione, che spiegò in un’intervista del 1976 a Bruxelles, che cambiare le strutture politiche con la violenza non produce mai l’effetto sperato, e che il vero cambiamento comincia altrove, nell’interiorità.

Nel 1973 il prezzo che Cohen pagò era reputazionale: qualche recensore sprezzante, qualche fan deluso, la sensazione di aver tradito la propria generazione. Ma il mondo mediatico degli anni Settanta concedeva ancora spazio all’ambiguità. Una posizione complicata poteva restarlo per anni, discussa in un’intervista su una rivista musicale letta da poche migliaia di persone, senza diventare uno screenshot virale, senza una campagna di boicottaggio, senza il tribunale sommario dei social media. 

Cohen poteva permettersi — come nota il biografo Michael Posner in «Untold Stories» — di essere insieme monaco buddista, ebreo osservante ed eroe della sinistra folk, e pochi gli chiedevano di scegliere una casella. La complessità, allora, era ancora un lusso concesso agli artisti seri. Oggi quel lusso è scomparso, e non solo per gli artisti. Viviamo dentro un’economia dell’attenzione che punisce l’ambiguità più duramente di qualunque tribunale ecclesiastico della Santa Inquisizione: non ti giudica un’autorità con un processo e un diritto d’appello, ti giudica un algoritmo che premia la posizione più netta, più identitaria. 

Un Cohen ventiquattrenne che nel 2026 scrivesse una poesia capace di irritare contemporaneamente i falchi di Washington e i pacifisti convinti di aver ragione — cioè quello che fece nel 2003 — non verrebbe discusso: verrebbe cancellato prima ancora di essere letto, ridotto a un’unica riga estrapolata dal contesto e fatta girare come prova a carico dell’uno o dell’altro campo. Lo dimostra proprio il destino recente di questi stessi quattro versi: usati oggi a metà, come una clava contro l’America di Trump, spogliati della simmetria morale che li rendeva, in origine, un avvertimento rivolto a tutti, non un applauso a una sola parte.

L’antiamericanismo gode di una legittimità indubbia «grazie» a Trump, ma è una tradizione europea vecchia di oltre un secolo, ha attraversato la destra aristocratica ottocentesca inorridita dalla democrazia di massa americana, il cattolicesimo e il fascismo che disprezzavano il «materialismo» yankee, il comunismo che bollava Washington come impero del capitale, la nuova sinistra del Vietnam, il terzomondismo antiglobalizzazione di fine secolo. 

Ogni generazione ha riscoperto le stesse accusel’America volgare, l’America imperialista, l’America senza cultura, l’America pericolosa per il mondo — cambiando soltanto l’etichetta politica di chi le pronunciava. Quello che sta accadendo oggi, con Trump, è la riattivazione di questo repertorio secolare, ma con una variante: a riesumarlo con più foga non sono più soltanto i soliti ambienti di estrema sinistra o di estrema destra sovranista, ma pezzi consistenti dell’establishment liberale occidentale che fino a ieri erano stati, per riflesso atlantico, i più filoamericani d’Europa.

È esattamente lo scenario contro cui Cohen, con vent’anni di anticipo, aveva scritto quei versi. Il suo bersaglio erano i manifestanti del 2003 sicuri di poter processare l’America intera per i crimini della sua amministrazione; oggi sarebbero i commentatori europei sicuri di poter processare l’America intera per i crimini di Trump. La distinzione che Cohen chiedeva — tra la critica, anche durissima, a un potere specifico e il disprezzo per un intero Paese, la sua civiltà, i suoi contrappesi, la sua capacità storica di correggersi — è precisamente la distinzione che oggi rischia di scomparire.

Resta la domanda più scomoda: Cohen potrebbe ancora parlare, oggi, di questi temi? La risposta onesta è: no, e per una ragione che va oltre la generica intolleranza dei social. Cohen era un ebreo che non nascondeva il proprio legame con Israele — lo aveva dimostrato cantando sotto le bombe nel 1973, tornando nel 2009 per un concerto per la riconciliazione i cui proventi finanziarono organizzazioni per la pace israelo-palestinesi. 

Nel clima successivo al 7 ottobre 2023, una biografia con questi elementi verrebbe letta da larghi settori della sinistra culturale occidentale non come una testimonianza complessa, ma come una squalifica preventiva: prima ancora di leggere la poesia sull’America, l’autore verrebbe archiviato come «sionista», e ogni sua parola sull’imperialismo americano bollata come ipocrisia. 

Specularmente, la destra sovranista e nazionalista che oggi cavalca l’ondata antiwoke lo arruolerebbe volentieri come testimonial, cosa che Cohen — pacifista scettico, critico esplicito della violenza come strumento di cambiamento politico, come disse in un’intervista del 1976 — avrebbe rifiutato con lo stesso fastidio con cui rifiutava ogni casacca.

Torno alla canadese Freeland, e a quei quattro versi che oggi tutti citano distorcendoli. Non erano una condanna a morte dell’America, erano un monito rivolto anche a chi tifa per la sua fine. Se l’ordine liberale a guida americana, con tutti i suoi difetti dovesse davvero incrinarsi sotto i colpi che Trump gli infligge dall’interno, la domanda da porsi non è se l’America se lo meriti. È chi, o cosa, riempirebbe il vuoto: un’Europa incapace di difendersi, una Cina che non condivide nessuno dei valori che diciamo di voler proteggere, un disordine multipolare senza nessuna potenza egemone abbastanza responsabile da tenere insieme i pezzi. «Non vi piacerà quello che verrà dopo l’America», scriveva Cohen. Vent’anni dopo, è un avvertimento che meriterebbe di essere letto tutto intero, non solo l’ultimo verso.

What is coming
ten million people
in the street
cannot stop
what is coming
the American Armed Forces
cannot control
the President
of the United States
and his counselors
cannot conceive
initiate
command
or direct
everything
you do
or refrain from doing
will bring us
to the same place
the place we don't know
your anger against the war
your horror of death
your calm strategies
your bold plans
to rearrange
the middle east
to overthrow the dollar
to establish
the 4th Reich
to live forever
to silence the Jews
to order the cosmos
to tidy up your life
to improve religion
they count for nothing
you have no understanding
of the consequences
of what you do
oh and one more thing
you aren't going to like
what comes after
America

21 agosto 2026

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