FANDONIE
E VERITÀ
Mancavano novantasei ore all’invasione. Il 20 febbraio 2022 un’ultima telefonata intercorse tra Vladimir Putin ed Emmanuel Macron. Mentre i suoi carri armati già scaldavano i motori per tentare il blitz su Kiev, il presidente russo offrì tre «rassicurazioni» all’omologo francese che si stava spendendo per la pace. Primo: le esercitazioni al confine ucraino, che avevano mobilitato 190 mila soldati e sollevato grande allarme in Occidente, erano «finite». Secondo: al confine sarebbe rimasta solo «una presenza militare». Terzo: lui avrebbe incontrato volentieri Joe Biden. Fandonie al limite della beffa (le esercitazioni erano davvero quasi finite... ma solo perché stava per iniziare l’attacco). Putin le incartò come sempre in una di quelle dissimulazioni di cui è maestro dai tempi del Kgb: si disse d’accordo sulle linee generali, rimandando però i «dettagli» ai suoi «consiglieri». Una formula di rinvio che ormai dovremmo avere imparato. Sempre, dal principio del conflitto, il tiranno di Mosca s’è dichiarato pronto alla pace purché siano prima rimosse le «cause profonde» della guerra (che in sostanza si riducono all’esistenza, per lui insopportabile, di un’Ucraina integra e indipendente).
Mai, nemmeno per un momento, ha pensato di sedersi a trattare sul serio, come ha ricordato su queste colonne il direttore del Corriere , Luciano Fontana. Ogni sua presunta apertura s’è sempre rivelata mera tattica nell’attesa di guadagnare terreno sul campo di battaglia (per settembre si preparerebbe una mobilitazione di 300 mila uomini).
Molti però mostrano di non aver fatto tesoro dell’esperienza di questi anni, soprattutto nel nostro Paese, che continua a essere un po’ il ventre molle dell’Occidente, con i suoi populismi incrociati assai indulgenti verso la retorica putiniana. Così, man mano che ci si avvicina alle elezioni del 2027, si fa largo trasversalmente agli schieramenti un mito ricorrente: quello dell’inviato europeo, titolare di una «forte iniziativa diplomatica». Un messaggero di un’Europa che si supporrebbe coesa e determinata e che, con tale viatico, possa ammansire il presidente russo. Sono circolati sottotraccia nomi importanti, da Merkel a Blair e a Draghi. Purtroppo, nonostante la presenza dei Volenterosi ieri a Kiev e la preziosa spinta operativa anglofrancese per la causa della libertà ucraina, l’Europa non è coesa né determinata. E l’autentica attitudine dei russi è testimoniata dal negoziatore che loro stessi si sono spinti a proporre per noi: l’ex cancelliere tedesco Schröder, da lungo tempo stipendiato lautamente dai colossi energetici alle dipendenze del Cremlino. Una mera provocazione, dunque.
Naturalmente il peso delle opinioni pubbliche è forte e Putin lo sa bene. Gli europei sono in parte stanchi e in parte spaventati da una guerra di logoramento ai loro confini orientali. La retorica populista pone inoltre l’accento sulle spese. Sacrifichiamo scuole e ospedali per fornire armi a Zelensky, si sostiene. Ma l’Italia, ad esempio, è tra i Paesi della Ue che per l’Ucraina hanno speso di meno in rapporto al Pil: tra i 50 e i 70 euro pro capite dall’inizio del conflitto. E proprio il destino dell’Ucraina ha mostrato come scuole e ospedali diventino macerie se non vengono difese da forze armate credibili contro ogni aggressore.
A dispetto di questa realtà, e azzardando una media ponderata di vari sondaggi, almeno quattro italiani su dieci hanno una posizione decisamente anti-atlantista e avversa alle ragioni di Kiev. Secondo l’Ipsos, erano schierati con l’Ucraina al 57% nel 2022 e sono scesi al 32% quattro anni dopo. Si coglie poi una frattura abbastanza netta nel nostro continente a seconda della prossimità del pericolo. I Paesi nordici e baltici (con il sostegno della Gran Bretagna, storicamente iper-atlantista) mantengono una postura più salda verso la causa di Kiev, vista come un necessario baluardo contro l’espansionismo russo (gli sconfinamenti di droni nell’Europa dell’Est, le esplicite minacce alla Polonia e le ricorrenti operazioni di influenza nei processi elettorali ricordano, del resto, come il pericolo sia tutt’altro che teorico).
Noialtri, nonostante la solida posizione assunta dal governo di Giorgia Meloni almeno fino a qualche mese fa, restiamo fanalino di coda tra gli scettici, influenzati da istanze pacifiste talvolta anche nobili, portato culturale di marxismo e cattolicesimo. Intendiamoci: nessuno è così pazzo da desiderare una guerra senza fine. E nessuno può ignorare davvero lo sforzo di un pontefice come Leone XIV per far tacere le armi e fermare il sangue. Vanno inoltre soppesate le crescenti difficoltà della società ucraina, congelata senza elezioni e piagata da livelli di corruzione che lambiscono sempre più la scrivania del presidente Zelensky. Ma votare sotto le bombe di Putin è impensabile. E, almeno sino alla fine del conflitto, Zelensky resta l’eroe che ha galvanizzato la resistenza contro l’invasore.
Una resistenza che deve continuare. Con tenacia e pazienza. Perché se Kiev piange, Mosca non ride. La sua economia, virata sullo sforzo bellico e con le fonti energetiche devastate dalla controffensiva ucraina, si contrae di mese in mese. L’immagine di un popolo compatto è propaganda di regime. Il partito Jabloko, schierato per la pace e perciò eliminato dal sistema in vista delle farsesche elezioni parlamentari di settembre, aveva raggiunto a luglio un consenso a due cifre. Il suo vicepresidente, Lev Shlosberg, è stato condannato il 17 agosto a undici anni di colonia penale per discredito delle forze armate e divulgazione di informazioni false. Prima della sentenza ha pronunciato un gran discorso: «In quest’aula io sono la Federazione russa che è stata messa in una gabbia e che vogliono costringere al silenzio». Ma nessuna gabbia può reggere per sempre. Dovremmo provare a ricordarlo... aspettando i Patriot.

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