Gli effetti
A Teheran gente stremata
dai prezzi che s’impennano:
«Non si mangia più carne»
Per un dollaro ci vogliono ormai 2 milioni di rial
Quando passano tre settimane senza mangiare carne, Amina va al mercato principale di Teheran e compra zampe di gallina. «Sono scarti, ma sono proteine», scrive. Suo figlio Ashkan le guarda con diffidenza, più per l’aspetto che per il gusto, e lei cambia ricetta ogni volta, per convincerlo. Un pollo non se lo può più permettere. Lavora, ma lo stipendio arriva tardi e, quando arriva, non basta mai. Nel carrello restano riso, farina, patate, pane, poca frutta. «Ogni settimana c’è qualcosa che scompare dalla nostra tavola. I prezzi cambiano alla velocità della luce», dice.
Ormai, un dollaro vale 1,992 milioni di rial sul mercato non regolamentato, il minimo storico. In meno di una settimana la moneta iraniana ha perso un altro 4,5 per cento, dopo l’annuncio di Donald Trump di una «devastante operazione economica» contro Teheran. Il presidente americano dice che l’Iran «sta collassando», ma quello che ci raccontano da dentro è un Paese più complicato, che non collassa, ma si impoverisce.
Le guerre prima si decidono nei palazzi, fra mappe e ultimatum. Poi entrano nelle case, nelle vite. E si siedono a tavola. Si trasformano in una madre che non può comprare il pollo e non può portare il figlio dal dentista, un padre che guida un taxi per 15 ore al giorno. O una medicina che non si trova più.
Il D-Day economico di Trump è un nuovo cappio su un’economia già stremata dal blocco navale e da ormai sei mesi di guerra. Washington vuole chiudere le ultime vie d’uscita del regime: petrolio contrabbandato, scambi di valuta, società di copertura, banche e Paesi disposti a tenere aperto un canale con Teheran. La moneta cade perché aumentano la domanda di dollari e l’incertezza, mentre il petrolio esce con difficoltà e le entrate in valuta si prosciugano. L’inflazione, secondo il Fondo monetario, potrebbe arrivare vicino al 70 per cento entro fine anno. Ma Amina non ragiona in percentuali, va per priorità. Quindi, niente carne, pesce, giochi, vestiti, vacanze. «È colpa del regime che ci ha portati fin qui, ma anche degli Stati Uniti». Ali, uno studente, ci scrive: «Siamo sotto sanzioni da quasi 50 anni e la Repubblica islamica è ancora lì. Queste misure affamano solo la gente».
Per questo Pezeshkian, Ghalibaf e Araghchi, il trio dei pragmatici, insistono sul ritorno al Memorandum d’intesa di giugno. Gli esperti avvertono che le difficoltà iraniane sono gravi ma non equivalgono a un collasso strategico. Teheran conserva la capacità d’imporre costi agli interessi americani nella regione e ai Paesi del Golfo. Se Trump usa la pressione economica per arrivare a un accordo, può aprirsi uno spiraglio. Se invece attende la capitolazione, rischia di trovare un’escalation.
Intanto la diplomazia torna a bussare. Ieri, il capo dell’esercito pachistano Asim Munir è arrivato a Teheran per rimettere in piedi i contatti fra iraniani e americani. Oggi arriva il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere di Hormuz. Il Memorandum si è fermato proprio lì, sullo Stretto: provare a rianimarlo passa ancora da quelle acque.
Bessent spiega come far crollare l’Iran:
«Basta farci affari. E vale per tutti»
Il segretario al Tesoro Usa include la Cina. Netanyahu: il regime voleva uccidere mio figlio

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Un poster a Teheran cita una celebre copertina di un disco dei Nirvana e mostra Trump sottacqua nello Stretto di Hormuz mentre insegue un dollaro (Ap)
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK «Voglio essere chiaro: qualsiasi entità che faciliti il riciclaggio di denaro per conto dell’Iran verrà rimossa dal sistema del dollaro americano». «Zero contatti tra l’Iran e altri paesi, nessuno spazio per respirare». «Ogni Paese coinvolto ha una tempistica per chiudere i contatti, e se non agiscono loro lo faremo noi unilateralmente». «Nel mirino abbiamo i cinque gangli vitali dell’Iran dal punto di vista finanziario: risorse digitali, tecnologia, oro, aviazione e spedizioni». «Queste misure ampliano il rischio di sanzioni secondarie per chiunque sia così stupido da continuare a fare affari con questo regime». «Questa è asfissia economica».
E poi ancora, una serie di immagini molto chiare: l’orologio «che fa tic tac», «il martello» dell’isolamento economico, il paragone con il D-Day, lo sbarco in Normandia che segnò l’inizio della fine per Hitler «con la differenza che qui stiamo avvisando in anticipo, perché prima di far saltare in aria il sistema finanziario mondiale bisogna dare un avvertimento: questo è l’avvertimento», il muro di Berlino «che è caduto quando i soldati hanno deciso di non sparare» (un invito cioè agli apparati di sicurezza iraniani a ribellarsi).
Scott Bessent, ministro del Tesoro notoriamente allergico alle riunioni-fiume, ha impiegato appena 17 minuti ieri sera (ora di pranzo a Washington) comprese le domande dei giornalisti per illustrare «Operation Economic Outcast», operazione emarginazione economica, per cercare di chiudere la guerra che sta per compiere sei mesi.
Dopo l’annuncio, è prevista una prima ondata di sanzioni (contro circa 60 entità, tra cui individui, banche e imbarcazioni) entro la fine della settimana «e mi aspetto che venga annunciata una misura importante contro un istituto finanziario». Secondo Bessent, Trump sta contattando personalmente i leader mondiali coinvolti.
E così, dopo che il ministro della Difesa Pete Hegseth si è incartato militarmente (lo stato maggiore congiunto aveva avvisato che una campagna di soli bombardamenti avrebbe avuto limiti strutturali) adesso tocca a Bessent e alle sanzioni secondarie, sperando che bastino perché l’orologio fa tic tac non soltanto per gli ayatollah ma anche per il suo principale, che il 3 novembre alle elezioni di metà mandato potrebbe perdere (molto probabile) la Camera e forse anche il Senato (poco probabile), e si troverebbe a dover rimodulare in modo significativo gli obiettivi degli ultimi due anni della sua presidenza.
A Bessent è arrivata la domanda inevitabile (anche perché tra due settimane Xi Jinping sarà a Washington): «Lei ha detto che nessuno è al di sopra delle sanzioni statunitensi. Quali sanzioni o penalità secondarie specifiche è disposto a imporre il Tesoro alle banche e alle compagnie di navigazione cinesi se non obbediranno?». Bessent: «Ogni Paese, ogni entità deve essere preparata ad affrontare le sanzioni statunitensi e... nessuno è al di sopra di questo fatto, riterremo tutti responsabili. Parliamo dell’asfissia economica di questo regime iraniano e, come ho detto, è meglio che nessuno metta alla prova la nostra determinazione».
Poco prima della conferenza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato l’Iran di aver tentato di assassinare uno dei suoi figli. Ha detto di aver chiesto alle forze dell’ordine israeliane di rafforzare le misure di protezione per ogni candidato primo ministro: «Un caso incredibile. L’Iran ha preso di mira uno dei miei figli. L’Iran ha cercato di ucciderlo».
Il leader israeliano
E Bibi posta
sui social
il suo numero
«Chiamatemi»

DALLA NOSTRA INVIATA
tel Aviv Lo ha postato sui suoi profili social — (+972) 054-4700047 — con l’invito a chiamare. A lasciare un messaggio, perché il premier israeliano Benjamin Netanyahu vuole sentire «proposte, domande, preoccupazioni» dei cittadini. Anche le lamentele. In campagna elettorale si ascolta tutto, soprattutto se può trasformarsi in voto. Il video messo online domenica sera è costruito con l’aria casuale delle cose preparate benissimo. Topaz Luk, consigliere di comunicazione di Netanyahu, gli chiede se sia davvero disposto a mettere in piazza il suo numero. Bibi annuisce, sorride, autorizza. Le 13 cifre compaiono per un lampo, poi vengono sfocate. Sui social, però, restano, e il premier in guerra è, in teoria, a portata di tasca. L’esperimento dura poco. Poco più di un’ora e WhatsApp blocca l’account per l’ondata di chiamate e messaggi. Luk annuncia che stanno lavorando per ripristinarlo e dirottano tutti su Telegram. La democrazia diretta si arena contro un filtro antispam. È il Netanyahu che prende in prestito il riflesso trumpiano della linea aperta con i giornalisti, ma lo porta al livello superiore: i cittadini. A due mesi dalle elezioni politiche del 27 ottobre, è un gesto populista che rischia però di trasformarsi in un boomerang. Il numero è privato, il messaggio pubblicissimo: Bibi è ancora qui, ascolta tutti, risponde quando può. E, se non risponde, almeno questa volta, ha una scusa: è WhatsApp che non regge.

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