Gli eventi bellici distruggono i laboratori (e pure gli scienziati) rallentando le scoperte
guerre che uccidono anche la ricerca
Un anno fa ho seguito con apprensione una notizia che ai più è sfuggita. Due missili balistici iraniani avevano colpito il Weizmann Institute of Science, a Rehovot, 20 chilometri a sud di Tel Aviv. Uno dei più prestigiosi istituti di ricerca del mondo, fondato nel 1934, dove si studiano il cancro, le cellule staminali, la rigenerazione cardiaca, la fisica delle particelle, l’intelligenza artificiale, le neuroscienze e l’origine della vita. Non c’erano morti. E forse è stato proprio questo il motivo. Per qualche ora apparvero fotografie di laboratori distrutti, vetri esplosi, apparecchiature annerite dal fuoco. Poi il mondo passò oltre. Io no. Perché quelle immagini mi riportarono immediatamente a un’altra storia. Roma, 19 luglio 1943. Bombardamento di San Lorenzo. La Città universitaria colpita dalle bombe. Giovanni Conversi, Ettore Pancini e Oreste Piccioni smontano gli apparati sperimentali e li trasferiscono negli scantinati del liceo Virgilio per salvare anni di lavoro. La guerra che arriva. Gli scienziati che cercano di mettere in salvo il futuro.
Pensai che quella fosse una storia del Novecento. Poi arrivò il Weizmann Institute. E capii che la domanda era ancora la stessa. Che cosa fanno gli scienziati quando arrivano le bombe? Da allora ho continuato a seguire quella storia. Ho cercato di capire che cosa resta quando la guerra esce dai titoli dei giornali. E soprattutto ho continuato a chiedermi una cosa. Come si misura il danno scientifico di una guerra? Non il danno economico. Non il danno militare. Come si misura una scoperta che non avverrà mai? Come si misura un esperimento interrotto? Come si misura una domanda rimasta senza risposta? Nei giorni successivi all’attacco arrivarono i numeri: 77 edifici danneggiati; 45 laboratori distrutti o gravemente compromessi; quasi il 90% del campus colpito direttamente o indirettamente; tra 400 e 500 ricercatori coinvolti; oltre 600 milioni di dollari di danni. La notizia scomparve. Ma la storia, per me, era appena cominciata.
Tra le testimonianze che ho seguito in questi mesi ce n’è una che continua a tornarmi in mente. Quella di Eldad Tzahor. Capelli ormai grigi, occhiali sottili, il volto di chi passa più tempo a osservare cellule al microscopio che a comparire nelle fotografie. Studia la rigenerazione cardiaca. Da oltre vent’anni cerca di capire come aiutare un cuore danneggiato a tornare a battere dopo un infarto. Quando il missile colpì il suo laboratorio, racconta di essere tornato sul posto la mattina seguente. Quello che trovò davanti a sé lo descrisse con poche parole: «Ventidue anni di lavoro spariti». Campioni biologici raccolti nell’arco di decenni. Migliaia di campioni di tessuto cardiaco. Dna. Rna. Linee cellulari. Strumenti costruiti e perfezionati nel corso degli anni. Tutto perduto.
Mentre il campus cercava lentamente di rialzarsi, affiorò una scena che sembrava appartenere alla letteratura più che alla cronaca. Giorni dopo, tra le macerie Tzahor vide un frigorifero ancora in piedi. Sembrava intatto. Con il genero riuscì ad aprirlo. Trasferirono i campioni in un altro congelatore del campus. Sapevano che probabilmente erano già inutilizzabili. Ma provarono lo stesso. «Almeno abbiamo sentito di aver fatto qualcosa». Quando ho letto questa frase ho pensato a Conversi, Pancini e Piccioni. Ottantadue anni separano le due scene. Ma la fotografia è la stessa. Un fisico che porta apparati in cantina. Uno scienziato che cerca di salvare campioni da un frigorifero tra le macerie. La guerra cambia. Gli esseri umani molto meno.
In un’altra intervista, mesi dopo, Tzahor ha detto la frase che forse contiene il cuore dell’intera storia: «Non puoi rifare un esperimento che ha richiesto sei mesi di interventi chirurgici». L’ho riletta molte volte. E poi ho capito che stavo guardando il problema dalla prospettiva sbagliata. Continuavo a pensare agli edifici. Dovevo pensare al tempo. Un campione biologico raccolto nell’arco di dieci anni non può essere ordinato di nuovo. Una linea cellulare sviluppata nel corso di un decennio non può essere scaricata da Internet. Un’intuizione maturata lentamente non può essere ricostruita come una parete. La stessa cosa emerge da decine di testimonianze. Non parlano di politica. Non parlano di vendetta. Non parlano di strategie militari. Parlano di campioni. Di dati. Di studenti. Di tesi. Di lavoro. Di futuro. Per questo, questa è una storia che riguarda tutti noi. Perché la prossima cura, la prossima scoperta, il prossimo passo avanti nella conoscenza poteva nascere in quel laboratorio. E poi c’è l’altra metà della storia. In Iran non sono stati colpiti solo impianti e infrastrutture. Sono stati colpiti anche gli scienziati. Israele ha dichiarato di aver eliminato undici figure legate al programma nucleare iraniano; altre ricostruzioni parlano di un numero più alto. Da una parte i luoghi della conoscenza. Dall’altra le persone che quella conoscenza la incarnano. Eppure, un anno dopo, resta la stessa lezione: la conoscenza moderna non vive più in un singolo edificio, e nemmeno in una singola persona. Vive nelle reti. Quello che non sappiamo misurare è quanto una guerra rallenti, disperda, interrompa i futuri possibili. La parte sorprendente della storia è che oggi il Weizmann è ancora lì, tra gli istituti di ricerca scientifica più importanti al mondo. Settantadue dei settantasette edifici danneggiati sono stati riparati o ricostruiti. I gruppi di ricerca sono stati ricollocati. Nuove apparecchiature sono arrivate da tutto il mondo.
Le attività scientifiche sono riprese. Gli scienziati sono tornati al lavoro. Anche Eldad Tzahor continua a guidare il suo gruppo di ricerca. I capelli ancora più grigi, gli occhiali, una nuova scrivania, nuovi strumenti, nuovi studenti attorno, non ha l’aria dell’eroe tragico. È la parte più semplice da raccontare. Più difficile è raccontare ciò che non tornerà. Lui stesso, che da una vita studia come rigenerare il cuore, ha scherzato di recente dicendo «forse è arrivato il momento di occuparmi anche della rigenerazione dei laboratori». In fondo è questo che fanno gli scienziati. Ricominciano. Sempre. Ma dopo aver seguito questa storia per un anno continuo a pensare che esistano danni che non compaiono nei bilanci.
Le guerre ci hanno insegnato a contare i morti. Forse il XXI secolo ci costringerà a imparare a contare anche altro. Gli esperimenti che non finiranno mai. Le tesi che non saranno mai scritte. Le idee che si sono fermate il giorno in cui è arrivato un missile. Perché quello che non sappiamo ancora misurare è il ritardo che una guerra impone al futuro.
SEGUE DALLA PRIMA
La causa di fondo è che il riscaldamento globale indotto dalle attività umane rende questi fenomeni estremi più frequenti, più intensi e più lunghi. Una metafora calcistica ci può aiutare. Se Lionel Messi ha segnato due gol all’Austria, la causa diretta sta nella respinta imperfetta del portiere in quel momento o nel passaggio filtrante di un compagno. Ma se Messi ha una media di uno o due gol a partita, è assai probabile che segnerà anche la prossima. Come giudichereste un allenatore che incontra l’Argentina e non mette un difensore a marcare Messi perché tanto l’ultimo gol che ha fatto è stato fortunoso e ha pure sbagliato un rigore? Per capire il clima, non bisogna guardare il fatto specifico, ma le tendenze complessive.
Certe bolle di afa asfissiante ci sono state anche in passato, certo, ma erano meno frequenti, più brevi e circoscritte. L’improbabile adesso diventa possibile. Non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio o un’inondazione. L’Europa si sta scaldando più velocemente del previsto. La temperatura superficiale del Mediterraneo centrale in estate supera i 30 gradi, come ai tropici. Tutto quel calore significa energia in circolo, vapore acqueo che si sposta, poi incontra masse di aria fredda e scatena piogge torrenziali altrove. Quando faremo il bagno quest’estate in un mare caldo come un brodo, pensiamo alle alluvioni di Valencia e della Romagna: è lo stesso processo.
Chi sa di essere dentro un cambiamento dovrebbe agire di conseguenza e farsi trovare pronto. Ci vogliono realismo e prevenzione. Non serve che la scienza con largo anticipo ci dica esattamente quando e dove ci sarà il prossimo evento estremo. Se le evidenze suggeriscono che le probabilità di un evento avverso in un dato territorio (il rischio) sono alte, significa che quell’evento accadrà, che ci piaccia o no, in un certo lasso di tempo medio.
Quindi, invece di chiedere ogni volta stati di calamità e fondi speciali, ammettiamo di essere in uno stato di vulnerabilità permanente. Le emissioni globali di gas serra continuano ad aumentare e il passaggio a energie rinnovabili è rallentato da ostacoli, diversivi, ostilità di ogni tipo e forti interessi economici contrari. Ma la transizione è inevitabile: la questione è in quanto tempo la faremo. Più aspetteremo e più il conto economico del riscaldamento climatico lieviterà. Lo pagheranno i nostri figli.
Nel frattempo dovremo adattarci alle nuove circostanze, riducendo i danni, mettendoci fantasia, innovazione e lungimiranza. La soluzione non è certo aria condizionata per tutti. Un esempio virtuoso fra i molti: depavimentare e piantare alberi. Anziché continuare a consumare suolo, togliere dalle città cemento e asfalto dove non sono necessari comporta una riduzione della temperatura percepita anche di 5-10 gradi. Durante le isole di calore urbane, questa scelta pragmatica salva la vita della gente nei quartieri.
Il problema dell’adattamento è chi paga. Un dettaglio che sfugge a molti quando si parla di anticiclone africano è l’aggettivo: africano. In un editoriale apparso su questo giornale il 25 agosto 1976, Italo Calvino rifletteva su un’estate piena di «disastri»: terremoti (quello del Friuli del 6 maggio di quell’anno); eruzioni vulcaniche in Paesi lontani; inondazioni; carestie; la guerra a Beirut (allora come oggi); e naturalmente Seveso, accaduto un mese prima. «Le catastrofi causate dall’uomo — notava lo scrittore — si compenetrano con quelle naturali». Non è cambiato molto in mezzo secolo: i disastri che chiamiamo «naturali» in realtà sono spesso disastri umani, di mancata prevenzione, di avidità, di insensibilità verso le diseguaglianze.
Il rischio è lo stesso, ma l’esposizione al rischio può cambiare radicalmente. La tempesta Daniel nel settembre 2023 fece 17 vittime in Grecia e migliaia in Libia: era la stessa tempesta. Gran parte del costo del riscaldamento climatico sarà pagato dai Paesi più poveri della fascia equatoriale e tropicale del Pianeta, che hanno contribuito in minima parte alle emissioni. Oltre all’ingiustizia in sé, questo squilibrio genererà flussi migratori, instabilità geopolitica e altri conflitti per le risorse. Mentre soffriamo per questo caldo, pensiamo a coloro che lo sopportano per quasi tutto l’anno, senza le nostre infrastrutture, senza aria condizionata, senza un servizio sanitario nazionale.
Nella notizia che i disastri sono umani più che naturali si nasconde una speranza: se il problema siamo noi, e non una natura matrigna o un Pianeta impazzito, allora possiamo rimboccarci le maniche e fare la differenza.
Il corsivo del giorno
SE IL PREMIER
DI SUA MAESTÀ
LEGGE ROMANZI
Un letterato a Downing Street: se, come è nelle previsioni, Andy Burnham, l’ex sindaco di Manchester, diventerà nel giro di qualche settimana il Primo ministro britannico, al posto del dimissionario Keir Starmer, avremo il primo laureato in Letteratura inglese a capo del governo di Sua Maestà. Certo, in Gran Bretagna, sulla scena politica e nella vita pubblica in generale, c’è già una forte tradizione umanistica, con la maggioranza dei premier nella storia che hanno studiato Lettere classiche (l’ultimo della serie è stato Boris Johnson): una netta differenza con la nostra predilezione per gli studi giuridici. Ma con Burnham si avrà il primo leader specialista di poesie e romanzi: per di più appresi nelle aule di Cambridge, cosa che è un bollino di qualità di comprovate capacità intellettuali (il suo libro preferito? Middlemarch, il capolavoro di George Eliot). Ma, si dirà, che c’entra la letteratura con la politica? C’entra, c’entra... Come ha scritto sul Telegraph Chris Smith, oggi rettore onorario di Cambridge ed ex ministro della Cultura, «non c’è una migliore preparazione per una carriera nella vita pubblica della Letteratura»: perché «quelle opere ci parlano di carattere, relazioni, società...» più di ogni altra cosa. D’altra parte, chi meglio di Shakespeare, da Macbeth a Re Lear, per guidarci nei labirinti del potere, o di Jane Austen per demistificare le costrizioni sociali, o di Dickens per condurci per mano fra i poveri e dimenticati? E a maggior ragione nell’epoca della rivoluzione tecnologica e dell’Intelligenza artificiale: perché se avremo sempre bisogno di scienziati e ingegneri, fa notare ancora Chris Smith, c’è altrettanto bisogno di quella comprensione della condizione umana garantita dallo studio della letteratura per guidare, dare forma e sorvegliare gli esiti dell’Intelligenza artificiale. E allora magari, anche dalle nostre parti, sotto con Manzoni e Leopardi.

Comments
Post a Comment